CURA DEI PAZIENTI ONCOLOGICI, DISAGIO GIOVANILE E UTILIZZO DEI SOCIAL NETWORK

CURA DEI PAZIENTI ONCOLOGICI, DISAGIO GIOVANILE E UTILIZZO DEI SOCIAL NETWORK
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PARLA LA PSICOLOGA SIMONA ILLIANO

di Anna Adamo 

 Simona Illiano è sempre stata una bambina curiosa, attenta, pronta all’ ascolto, la persona che parenti e amici cercavano per consigli e confronti. Questo le ha permesso di capire che la psicologia fosse qualcosa che le appartenesse, al punto da diventare il suo lavoro, infatti ha conseguito la laurea magistrale in psicologia con 110 e lode.

Ha iniziato a lavorare subito dopo essersi laureata e soprattutto a mostrare una predisposizione verso l’ avere in cura di pazienti affetti da malattie oncologiche, settore al quale attualmente dedica gran parte della sua attività di psicologa.
Insieme a lei abbiamo parlato dell’ importanza della figura dello psicologo per le persone affette da malattie oncologiche, del disagio giovanile in questo particolare periodo storico e dei motivi che spingono i giovani ad utilizzare eccessivamente i social network.

Cosa l’ha spinta a dedicare gran parte della sua attività di psicologa alle persone affette da malattie oncologiche? Perché, ritiene che la presenza degli psicologi sia fondamentale nei reparti oncologici? “Al settore oncologico mi sono avvicinata perché ho sempre creduto che i pazienti oncologici avessero bisogno della nostra figura. Una figura, purtroppo, ancora non riconosciuta in tutte le strutture e in tutti i reparti di oncologia. Ritengo che la presenza degli psicologi nei reparti oncologici sia fondamentale, perché ho visto persone cambiare radicalmente grazie al supporto psicologico. Inoltre, per sei anni ho ricoperto il ruolo di responsabile di una radioterapia e più volte mi è stato detto dai pazienti quanto utile sarebbe stato per loro ricevere un supporto psicologico nel momento in cui hanno scoperto la malattia, quando hanno affrontato la chemioterapia. In quel frangente ho capito ancora di più quanto importante sia il nostro supporto per questi pazienti e trovo assurdo che non tutte le strutture non possano garantire loro questo tipo di assistenza che, come si evince dalle mie precedenti parole, può salvare la vita, facendo si che il paziente veda la malattia da una prospettiva diversa e possa affrontare il proprio percorso con positività e speranza”.

Il difficile periodo storico che stiamo vivendo, ritiene si stia ripercuotendo negativamente sulla qualità di vita dei nostri giovani? “Quello che stiamo vivendo è un periodo particolare, difficile e credo che i giovani costituiscano la fascia d’ età che maggiormente ne pagano le conseguenze. L’ adulto ha una capacità di resilienza diversa da quella di un ragazzo, inoltre, nonostante tutte le difficoltà che la pandemia ha determinato da un punto di vista lavorativo, l’adulto nella maggior parte dei casi ha continuato a recarsi a lavoro e a relazionarsi con gli altri, cosa che invece non è avvenuta per bambini e adolescenti, i quali si sono ritrovati improvvisamente soli, privati della possibilità di svolgere qualsiasi attività e relazionarsi con i coetanei. A risentirne maggiormente sono stati ragazzi con bassa autostima o che già in precedenza soffrivano di attacchi di panico trasformatisi, a causa della situazione in cui ci troviamo, in una condizione di ansia patologica. Quindi, devo dire che la presenza di ragazzi che vengono in terapia è aumentata e spero che tutto passi soprattutto per loro, perché stanno perdendo un periodo fondamentale della loro vita, l’adolescenza e il non poterla vivere come dovrebbero fa si che stiano davvero molto male”.


I giovani sono soliti affidare il proprio stato d’ animo ai social network, tante sono le ore che trascorrono su questi ultimi. A volte, però, i social possono indirizzarli verso situazioni pericolose. Cosa pensa di tutto ciò e della maniera eccessiva in cui i ragazzi utilizzano i social? “Penso che anche questo sia un problema serissimo, perché mentre io e altri colleghi utilizziamo i social per lavoro, ci sono persone che si richiedono in casa e suoi social vi trascorrono tante ore, il loro mondo ruota intorno al social. Sono persone che considerano normale tale condizione, ma normale non è, perché non escono di casa, non hanno interazioni. Purtroppo, questo periodo storico ha favorito tale condizione, perché nel paradosso se non ci fossero stati i social i ragazzi non avrebbero avuto opportunità di relazione, quindi tendono a vederli come unico modo per vivere e occupare il proprio tempo. Non sanno, però, che vivere significa uscire, confrontarsi con gli altri e non trascorrere ore sui social network cercando di imitare i modelli che da questi ultimi sono proposti”.

Molte persone hanno vergogna di ammettere di aver bisogno di un supporto psicologico. Cosa si sente di dire loro? “Mi sento di dire che allo psicologico si avvicinano le persone più coraggiose, che hanno più forza, perché andare dallo psicologo vuol dire mettersi a nudo, scendere nel profondo e capire dove sono i propri malesseri. Fortunatamente, ritengo che i miei pazienti siano persone normali, che non abbiano problemi che siano patologici. A tal proposito è opportuno fare una precisazione: in psicologia esiste la sfera nevrotica e la sfera psicotica. I pazienti che presentano ansia, attacchi di panico, rientrano nella sfera nevrotica, ovvero tra coloro i quali non necessitano dell’utilizzo dei farmaci. Per questi ultimi lo psicologo serve solo per incanalare delle emozioni in un particolare momento di vita, ragion per cui, nel momento in cui ritrova il proprio equilibrio interiore, il periodo di terapia termina e tra medico e paziente non vi è alcun vincolo. Andare dallo psicologo non deve costituire affatto motivo di vergogna, ma deve essere visto come un modo per restituire alla propria interiorità l’equilibrio momentaneamente perso”.

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ANNA ADAMO

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