GLI ENTI DI GESTIONE, ANZI L’ENTE: L’ENI. L’ALTRO, L’IRI, ORMAI DA TEMPO, È NEL LIBRO DEI RICORDI

GLI ENTI DI GESTIONE, ANZI L’ENTE: L’ENI. L’ALTRO, L’IRI, ORMAI DA TEMPO, È NEL LIBRO DEI RICORDI
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APPUNTI E SPUNTI DA PONTE

di Domenico Ocone

Come quasi sempre è accaduto in passato e molto probabilmente accadrà ancora in futuro, quando esplode una bolla enorme per dimensioni e per l’effetto domino che scatena, inizia immediatamente lo scaricabarile delle responsabilità. Come accadde circa dieci anni fa con i subprime, anche ora, per la crisi del gas, quasi tutti i paesi europei stanno facendo il mea culpa per una conduzione poco oculata della propria politica energetica. Il problema attuale si è evidenziato all’ indomani dell’invasione dell’Ucraina, e ha messo in ginocchio l’Europa al completo, quindi non solo la EU. È scattata la caccia per individuare i colpevoli o presunti tali che negli anni si sono avvicendati al governo di ciascun paese, occupandosi senza la necessaria diligenza dell’argomento, la stessa che oggi con drammatica urgenza, esso richiede. È necessario fare a questo punto una premessa che riguarda specificamente la situazione energetica in Italia. I primi sondaggi fatti sul territorio della penisola alla ricerca di giacimenti di idrocarburi furono effettuati a partire dagli anni ’30. L’azienda di stato che aveva provveduto a effettuare quelle prime trivellazioni, l’AGIP, partendo dalla pianura Padana e a seguire anche altrove, aveva dato forfait a causa dei risultati poco concreti della propria attività di ricerca. Pertanto il governo, poco dopo la fine della guerra, aveva deciso di metterla in liquidazione. Commissario nominato alla bisogna fu Enrico Mattei, che era di tutt’altro avviso sulla validità di quella decisione. Continuò le operazioni di ricerca in sordina e i primi risultati positivi non tardarono a arrivare. Il futuro fondatore e presidente dell’azienda che sarebbe nata sulle ceneri dell’AGIP, l’Ente Nazionale Idrocarburi, in sigla ENI, si accorse presto che rendere il Paese indipendente dalle forniture estere utilizzando solo i giacimenti del sottosuolo della penisola, compresi i fondali marini, era solo una pia illusione. Non così sarebbe stato ampliando l’operatività di un nuovo ente di gestione delle risorse fossili, sia quelle di provenienza locale che dal di fuori dei patri confini. Nacque così nel 1953 l’ENI, Ente Nazionale Idrocarburi, voluto strenuamente da Mattei che ne fu il primo presidente, meglio sarebbe definirlo patron. In effetti la sua creatura avrebbe dovuto essere un competitor di livello pari a quello delle Sette Sorelle, le maggiori aziende del settore con le sedi principali in diversi parti del mondo. Tanto al fine di allentare il condizionamento che le stesse operavano nei confronti del governo di Roma, trovandosi in regime di oligopolio. Mattei riuscì nel suo intento, tant’è che fino alla sua tragica e misteriosa- ma nemmeno tanto -morte nell’ incidente aereo del suo executive nel cielo di Bescapè, le dimensioni e la forza contrattuale della sua creatura crebbero in maniera enorme. Da quella sciagurata vicenda, era il 1962, l’ENI iniziò a operare con una forma di andamento lento, sull’abbrivio dei risultati ottenuti nei suoi anni ruggenti, un periodo piuttosto lungo. L’ ultimo ventennio del secolo scorso l’ha vista agire prevalentemente come redditiera di quanto era stato realizzato già durante la presidenza Mattei. Da quanto fin qui scritto, si intuisce che quell’ ente ha operato da sempre con una strategia di tipo privatistico, attenta al sociale quanto basta, a volte anche meno. Essa era invece nata come azienda di stato, con il pacchetto di azioni di maggioranza in mano alla Cassa Depositi e Prestiti. Si arriva così a oggi e si deve prendere atto che l’attività di quell’ente ha proseguito solo in parte l’impostazione di Mattei. Negli anni ha badato più al conseguimento di risultati positivi di tipo aziendale, fatto decisamente positivo comunque, che non allo scopo sociale che aveva dato origine al a sua fondazione. Per essere espliciti fino in fondo, la messa in sicurezza del Paese dal lato dell’approvvigionamento energetico mediante la differenziazione delle fonti di provenienza, sia per tipo che per ubicazione, non c’è stata e gli italiani, più di tutti gli altri cittadini europei, ne stanno pagando lo scotto. L’azienda, operante in tutto il mondo, negli anni non ha mai smesso di fare profitti e la cosa non può che essere valutata positivamente, soprattutto perché in buona parte finiscono nelle casse dello stato. L’ opposto potrebbe valere attualmente, quando la percentuale degli utili ricavati si è moltiplicata per sette, a scapito quasi esclusivamente degli italiani. Quindi tra i primi soggetti imprenditoriali a dover contribuire al fabbisogno finanziario dello stato, a prescindere dalla legittimità o meno della tassazione degli extraprofitti, dovrà essere l’ENI e le altre partecipate del settore, in qualsiasi maniera, dallo stato. Non fosse altro che per ossequio al dettato costituzionale che, in materia fiscale esordisce con la premessa che ciascun soggetto di imposta deve contribuire al fabbisogno finanziario del Paese in base al reddito prodotto, normalmente in ragione d’anno. Si potrebbe azzardare che, per le aziende pubbliche o anche solamente partecipate dallo Stato, la pressione potrebbe anche salire, ma l’argomento richiede il dovuto approfondimento che non può essere contenuto in questa breve nota. Oggetto meritevole di attenzione è anche il modo di operare sullo scacchiere internazionale di quell’ente energetico. Agendo nel suo settore a tutto campo, di cui l’attività estrattiva è solo una parte seppur significativa, si interfaccia sistematicamente con soggetti analoghi di ogni tipo, sia privati che pubblici, partendo dall’ OPEC per arrivare a Gazprom, passando attraverso una serie di soggetti minori di vari paesi. In effetti gli stessi dovrebbero formare un’élite ma il più delle volte agiscono come un comitato di affari, adottando misure che di sociale hanno poco o niente. Sembrano essere solo controfigure per non fare esporre direttamente i veri burattinai che, dietro le quinte, stabiliscono il daffare: Gazprom ne é il prototipo, e ciò va senza dire. Lo scrittore inglese dell’’800 W. Somerset Maugham scrisse che in una buona parte dei casi sulle poltrone di comando siedono personaggi che non esprimono la loro volontà, bensì quella di chi li ha messi così in alto. Sembra che i fatti stiano proprio in questi termini e pertanto ci sarà da aspettare tremando prima che venga trovata una soluzione completa anche a altri problemi, oltre quelli attuali. Ciò che preoccupa di più è che nella categoria dei servi c’è una buona presenza di quelli sciocchi e bisogna stare molto attenti a interloquire con loro: sono i più pericolosi e di maggiore intralcio alla realizzazione di quanto urge per il proprio paese. Nel villaggio si dice che è impossibile neutralizzarli, né riuscendo a convincerli, né provando a ingannarli. Non è un problema di poco conto, perché è dovuto a questo motivo l’inconveniente che, per prendere una decisione nel settore pubblico, occorrono tempi biblici. Intanto il mondo continua a girare e non fa fermate.

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Redazione

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