ANCORA UNA VOLTA GLI ANTICHI ROMANI AVEVANO COLPITO NEL SEGNO: LA VECCHIAIA È DI PER SÉ UNA MALATTIA, ASSERIVANO

ANCORA UNA VOLTA GLI ANTICHI ROMANI AVEVANO COLPITO NEL SEGNO: LA VECCHIAIA È DI PER SÉ UNA MALATTIA, ASSERIVANO
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UNO SGUARDO DA PONTE

di Domenico Ocone

Non si può attribuire la causa di tutti i guai di questo mondo allo sconvolgimento del clima. Al momento a esso potrebbe essere addebitato l’andare sopra le righe per il caldo da fornace che sta cuocendo anche l’Italia e la sua popolazione, anche di qualche studioso di provata fama. Lo stesso che, fino a non molto tempo addietro, era indicato come uno dei pochi esempi di gran coerenza presenti sulla scena socio-economico italiana e che oggi afferma cose di attendibilità pari a un non escludibile comunicato di Francesco che l’anno prossimo Pasqua cadrà di sabato. Il Professor Giulio Tremonti, sannita per parte materna, uno dei non molti illustri studiosi di economia prestato anche alla politica attiva, mercoledì mattina ha partecipato a uno dei tanti talk show televisivi che si susseguono oramai non stop su tutte le reti in vista delle ormai imminenti consultazioni elettorali. È da escludere il condizionamento del caldo: durante il collegamento da dove si trovava, è risultato chiaro che dovesse essere in una località fresca, indossando una maglia. Che è successo allora all’ illustre cattedratico che lo ha indotto a un contraddittorio con un altro partecipante, che di liberale aveva ben poco? È credibile che molti dei telespettatori, tra essi chi sta scrivendo, siano rimasti quanto meno perplessi per le sue esternazioni. Si discuteva delle caratteristiche del governo Draghi e della linearità della funzione di indirizzo politico attuata da quest’ ultimo. Non c’è da aggiungere altro se non che il tutto si è svolto con molte analogie con i dialoghi intrattenuti da Alice nel Paese delle Meraviglie con i suoi singolari interlocutori, con la differenza che i ruoli erano invertiti. Senza scendere nei particolari, operazione che richiederebbe spazio e tempo ben superiori a quelli in cui si articola questa nota, probabilmente sarà stato lo stress causato dal super lavoro a cui è sottoposta la sua intera categoria in questi ultimi tempi che ha fatto impuntare quel docente su affermazioni che di connotazione liberale non avevano nemmeno l’ombra. Ne basti una sola, macroscopica, a dare un fumus: passare molte delle funzioni vitali del Paese dal privato al pubblico. Il tutto enunciato a mo’ di verbo, verso il quale nulla si sarebbe potuto fare, se si intendeva veramente risollevare le sorti del Paese. L’affondo si è spostato gradualmente sul personale quando, apertis verbis, il protagonista è passato senza indugio a tentare di demolire concettualmente quanto é stato fatto dal governo presieduto dal suo collega, il Professor Draghi. La prassi vorrebbe che, tra monaci dello stesso ordine, si lasciasse salva, almeno in pubblico, la faccia. Questa volta chi ha assistito ha dovuto prendere atto che l’accademico de quo non ha avuto indulgenza alcuna, arrivando all’ invettiva e alla sfida nonché all’ invito al confronto diretto per verificare, una volta per tutte, da che parte sono rispettivamente la ragione e il torto. Il decalogo comportamentale di un liberale è ben diverso e quanto esposto non è un unicum. A metà della scorsa primavera si era potuto assistere a qualcosa di prodromico all’accaduto in oggetto. In una trasmissione della prima serata, una delle reti RAI stava mandando in onda un programma incentrato sul problema idrocarburi, in particolare sull’ emergenza gas. Gli ospiti, oltre al prode Giulio collegato dall’esterno, erano i professori di economia Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio. Gli ultimi due avevano visioni sostanzialmente diverse, come del resto diversa è loro formazione, in merito alla soluzione del problema, ma non alzarono mai il tono della voce. In più, mentre stava calando il sipario, nel salutarsi, diedero una lezione di saper vivere chiacchierando pacatamente fuori onda e stringendosi la mano nel salutarsi. Dimostrando così che è possibile trovarsi in disaccordo ma non pertanto essere nemici e scagliarsi invettive. Il Professor Tremonti, collegato da remoto, si propose con un atteggiamento non molto diverso da quello adottato qualche ora fa. Quindi niente di nuovo sotto il sole- ancora lui – o quasi. Aggiunge angoscia alla tanta già tangibile il dover prendere atto che alcune di quelle che furono le eminenze grigie di alcuni governi che hanno operato diversi anni fa, continuino in questa loro condotta o, quanto meno, tentino di farlo. Solo per aggiungere una nota nostalgica, vale la pena ricordare che, nei primi anni ’60, Charles Aznavour cantava Bisogna sapere. Dopo queste due prime parole, seguiva lasciar la tavola. Voleva così dare una versione laica al testo evangelico che banalmente viene sintetizzato in C’è un tempo per vivere e uno per morire. In realtà l’intero componimento elenca le situazioni che necessitano di un determinato tempo, per meglio intendere di una stagione adatta. Sembra proprio che tanto continui a valere integralmente, in modo particolare per il contesto innanzi descritto. Stando così le cose, è bene che la popolazione cerchi di mettersi con l’animo in pace. Evoluzioni in positivo del modo di far governo non sono in attesa né sul primo binario, né su nessun altro, di quelli che dovrebbero portare il treno dei desideri degli italiani nel luogo agognato: la terra promessa dell’adeguamento dei propri standars a quelli dell’Europa continentale e dell’Occidente in generale. Intanto si litiga per chi dovrà essere il prossimo capo del governo. Sarebbe bene almeno restare seri, se si potesse. Non ci sono le premesse: i coltivatori diretti sono sostenitori convinti dell’affermazione che il buon giorno si intravede già al mattino. Nel Bel Paese è gia qualche giorno che piove e sembra che il fenomeno sia destinato a continuare. Almeno trarranno beneficio di ciò gli agricoltori.

 

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Redazione

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