CIBO, DENARO E DIETE: ABBONDANZA E SCARSITÀ

CIBO, DENARO E DIETE: ABBONDANZA E SCARSITÀ
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L’ACCESSO AL CIBO NON COSTITUISCE UN PROBLEMA, ANZI…È IL SUO ECCESSO IL VERO PROBLEMA.

 di Raffaello De Crescenzo

Perché ancora oggi sentiamo la necessità di mangiare ben al di sopra dei nostri reali bisogni, per suggellare momenti di festa e di condivisione?

E perché rincorriamo il bisogno di accumulare beni materiali, soldi su tutto, ben sapendo che la nostra esistenza non è eterna e non abbiamo alcuna certezza di essere ancora qui domattina?

Per buona parte dell’umanità, l’accesso al cibo non costituisce un problema, anzi…è il suo eccesso il vero problema.

Così come le banche, l’inflazione e la situazione economica mondiale in generale non permettono di dormire sonni tranquilli, a prescindere dalla quantità di denaro di cui si sia in possesso…

Eppure serpeggia da sempre un senso atavico di paura legata al rimanere sprovvisti di alimenti, necessari alla nostra sopravvivenza. Paura da contrastare con forza, ricorrendo a grandi tavolate imbandite e tuffandosi su ogni sorta di ben di Dio.

Ecco allora che soldi e cibo possono stringersi virtualmente la mano, permettendo l’acquisto di pietanze prelibate ed alimenti pregiati, assicurandoci quantomeno l’illusione di prenderci maggiormente cura di noi o arrivando a rappresentare anche semplicemente uno status simbol.

Basta pensare ad un prodotto come il pesce palla: rarissimo, difficile da cucinare ed anche pericoloso, ma proprio per questo carissimo e, soprattutto in passato, molto ricercato da personaggi con conti in banca decisamente importanti (e da qualche folle che ama il rischio…).

E la carne “arricchita” con oro? Esempio molto chiaro di come cibo e denaro possano essere materialmente ed intrinsecamente un tutt’uno.

Infine, il kobe? La pregiatissima carne di manzo giapponese, difficilissima da reperire, può arrivare a costi incredibili, esattamente come molti altri cibi di tutto il mondo…

La società attuale ci lancia continuamente doppi messaggi alimentari, imponendo da una parte modelli di bellezza ascetica e quasi diafana e dall’altra lanciandoci costanti e continui  messaggi, più o meno subliminali, che tendono ad indurre al consumo esasperato di snack, merendine, dolcetti, alcolici, formaggini e sfiziosità vare…

Ecco, allora, che diventa sempre più facile diventare oggetto di veri e propri disturbi del comportamento alimentare, dato che il cibo è fatto anche di immagini e parole che appartengono al nostro vissuto quotidiano, alla nostra educazioni alimentare così fortemente connessa alle nostre tradizioni familiari, alle nostre abitudini, alle pressioni di mass media e pubblicità.

Il cibo, infatti, porta con sè valori calorici ed energetici, ma anche valori simbolici: come esseri umani, attribuiamo da sempre al cibo un valore simbolico, culturale, di celebrazione, di differenziazione sociale e, di conseguenza, di importanza economica. Ciò a differenza degli animali che, invece, rispondono a bisogni alimentari di tipo esclusivamente biologico.

È anche in tal senso che possiamo intendere l’importanza della “cottura” degli alimenti: il famoso antropologo strutturalista francese Claude Lévi-Strauss, infatti, in un suo libro molto conosciuto, “Il crudo e il cotto”, poneva l’attenzione sul fatto che fosse proprio la cottura a portare ad una netta differenziazione fra mondo animale e quello umano.

Inoltre, mentre l’animale cerca il cibo in uno spazio territoriale ben definito, in funzione delle sue capacità energetiche ed in equilibrio con la natura, l’uomo non ha limitazione spazionale e consuma i suoi pasti in luoghi specifici, appositamente adibiti a quello che, in un certo qual senso, può assumere i dettami di un rituale.

Il cibo, allora, si carica di valenze affettive che ci portiamo dietro per tutta la vita: così, ad esempio, un bel pezzo di cioccolata ci rende meno “amara” una difficile situazione da affrontare, un’abbondante porzione di torta alla panna ci farà credere di poter annullare certi nostri dispiaceri ed il frigorifero di casa diventa un amico in grado di illuderci di poter  ristabilire il nostro stato d’animo alterato.

Tuttavia, l’abbondanza a tavola ha il suo contraltare anche nella gran quantità di diete, di tutti i tipi, che è possibile seguire.

In definitiva il piacere di mangiare e il benessere che ne deriva per il nostro organismo sono la risultante di più elementi e valori: quello biologico, quello culturale, quello della convivialità, quello intellettuale, quello erotico, quello esotico e quello legato al piacere dei sensi. Vista, olfatto, gusto e udito vengono totalmente stimolati ogni volta che la pentola bolle, l’aroma di caffè pervade una stanza, i bicchieri tintinnano e le patatine friggono in padella…

Viste le variegate e complesse implicazioni che hanno a che fare con il cibo, diventa sempre più importante dedicare la dovuta attenzione alle nostre abitudini alimentari: cosa, come e quanto mangiamo. Ciò significa che bisogna essere in grado di poter valutare e modificare comportamenti alimentari sbagliati e spesso dannosi per la propria salute, nonostante tutti gli stimoli esterni a cui siamo continuamente sottoposti.

Per fare ciò occorre, però, impegno e tempo, perché al giorno d’oggi i buoni intendimenti per una sana e corretta alimentazione spesso falliscono di fronte alle mille difficoltà e ai piccoli e grandi problemi della vita di tutti i giorni.

La fretta, l’acquisto dell’ultimo minuto, la monotonia dei pasti quotidiani, il “mordi e fuggi” tra un impegno e l’altro, l’ansia del rientro in ufficio nella pausa pranzo: ecco solo alcuni dei numerosi e seri ostacoli, a volte insormontabili, che ci impediscono di poter applicare praticamente un’alimentazione sana, conforme alle proprie attività.

Tra i buoni propositi per l’anno nuovo, c’è spesso proprio il desiderio di avere un’alimentazione più bilanciata, nonostante i mille impegni quotidiani. La nostra salute passa, inevitabilmente, attraverso la nostra bocca: usiamola con consapevolezza.

 

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RAFFAELLO DE CRESCENZO

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