AFFARI CINESI DI UN TEMPO CHE FU

AFFARI CINESI DI UN TEMPO CHE FU
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UNO SGUARDO DA PONTE.                                                                               

di Domenico Ocone

Sta arrivando alla fine il mese di giugno e con esso il primo semestre. Tempo quindi se non di bilancio, almeno di una semestrale a tutto tondo, per cercare di capire dove sta andando la nave Italia dopo aver girato quella boa. È ancora presto per azzardare qualsiasi risposta, anche se alcune considerazioni di massima è possibile farle, senza che restino necessariamente allo stato di aria fritta. Madre natura ha dei segna tempo molto particolari: non restano mai fermi per mancanza di carica e i loro margini di errore sono molto contenuti. Il riferimento va ai prodotti della terra, arrivata l’epoca della raccolta, pronti o non pronti vanno portati via dai campi. In più sedi e anche per riscontro de visu è stato dato per scontato che il raccolto del grano nel Paese sarà inferiore di un abbondante 15% rispetto a quello dello scorso anno e comunque l’annata corrente sarà considerata come una delle peggiori a memoria d’uomo. La siccità straordinaria che ha colpito l’Italia è all’origine di tale grave problema e non solo di esso. Questo è il paese europeo più importante per la produzione di riso, tant’e che buona parte del raccolto è esportata e il prodotto italiano, per la sua riconosciuta superiorità a livello qualitativo, spunta sui mercati   internazionali quotazioni di tutto rispetto. I suoi sottoprodotti trovano molteplici impieghi, oramai utilizzati comunemente: dalla carta per fare le sigarette al rottame da destinare alla nutrizione degli animali, di quel prodotto si utilizza tutto. Sotto questo profilo non è l’unico in natura. La sua coltivazione è pressoché concentrata in Piemonte, pur essendo iniziata intorno al 1.500 nelle regioni meridionali, Sicilia compresa. Per molti l’Italia si divide drasticamente in due secondo le preferenze gastronomiche delle popolazioni: mangiatori di pasta al Sud, di riso al Nord e quest’anno saranno accomunati da una pesante limitazione del loro uso. Entrambe le coltivazioni, quella del grano e quella del riso, hanno bisogno di acqua in abbondanza, la seconda più della prima, perché il riso cresce nell’acqua contenuta nelle risaie. In Piemonte non piove da oltre cento giorni e, anche se si aprissero all’istante le cateratte del cielo, il raccolto di quest’anno resta compromesso, ancor più di quello del grano. Quanto descritto serve ancora una volta a ribadire che non si può trascurare, più precisamente concedersi il lusso di farlo, il settore primario. Se tanto vale nel Paese, deve darsi per scontato che, anche se con modalità diverse, l’approccio di chi segue il settore in ogni angolo del mondo deve essere particolarmente meticoloso. Quanto sia importante in assoluto per l’economia di un paese far sì che sia sempre disponibile al suo interno almeno la quantità di quei prodotti necessaria all’apporto nutrizionale di chi ci vive, lo si può desumere dall’organizzazione degli aiuti che gli USA vollero corrispondere nel dopoguerra ai paesi europei alleati, all’Italia in particolare. Quando si fa riferimento al Piano Marshall, la mente si apre subito su un deposito del tipo di quello di Zio Paperone, corredato di un manuale di istruzioni per l’uso. Le cose andarono in maniera diversa, tant’è che arrivarono in Europa d’oltreoceano molte navi cariche di farina di grano. Si aggiunga poi che la tecnologia applicata all’agricoltura in America aveva già fatto passi da gigante e si capisce perché lo stile di vita salutistico di quel popolo veniva enfatizzato senza riserve nei cinegiornali. Gli stessi cercavano di dare rilievo anche a particolari ritenuti meno importanti dei soldi, allo scopo di far capire che se non si era in buona forma, fisica e mentale, non si sarebbe potuto andare da nessuna parte. Queste ultime considerazioni introducono un argomento di importanza vitale: l’alimentazione dei più piccoli. Se gli esecutori di quel piano non avessero dato il giusto valore alle specifiche esigenze di quelle e quelli che sarebbero stati i futuri europei, quanti di loro non sarebbero sopravvissuti? La chiave di volta che fece sì che l’infanzia del tempo potesse ricevere le giuste dosi di quei componenti indispensabili per una crescita sana e equilibrata. Era necessario che venissero assunti inserendo nella dieta due elaborazioni del latte che non erano particolarmente diverse dal punto di vista nutrizionale di quello appena munto o comunque fresco: il latte in polvere e quello condensato. La tecnologia per ottenerli era tutta europea, svizzera per la precisione, ma gli americani, intuendone la portata, investirono in ricerca sia dei prodotti che delle loro confezioni: servirono, come oggi si ritiene che facciano gli integratori, anche come complemento dell’alimentazione delle truppe a stelle e a strisce che, a partire dai primi anni ’50, furono impegnate in Corea prima e in Vietnam dopo. Per molto tempo ha tenuto banco l’assunto che nei paesi più progrediti, in un futuro più o meno prossimo, si sarebbe potuto fare a meno, se non del tutto, quasi, dell’agricoltura tradizionale. Questa forma di fantapensiero alla maniera di Asimov è stato riportato di recente nei suoi argini grazie alla affermazione del primato del rispetto dell’ambiente, del risparmio energetico e, soprattutto, dell’osservanza dei principi che disciplinano l’agricoltura biologica. Centrato questo obiettivo, ci si rende subito conto che altri problemi, all’apparenza irrisolvibili, sembrano sfuggire irrimediabilmente al controllo dell’uomo. Il principale è quello attuale, la carenza di risorse idriche. Un tempo in campagna i suoi abitanti, per darsi coraggio in situazioni di siccità estrema come quella attuale, si dicevano a vicenda, ripetendo con atteggiamento fideistico, che la pioggia che non è caduta d’inverno, lo farà in estate. All’epoca questa affermazione di massima valeva. Oggi non ha più lo stesso incontestabile valore perché è stato fatto un uso non accorto delle risorse idriche disponibili. Interviene allora un’altra perla del pensiero rustico: “vale più un soldo risparmiato che due guadagnati”. Sulla validità in generale di questa affermazione non basterebbe una sola vita di discussioni. Sul limitare con un loro uso responsabile l’approvvigionamento di risorse naturali, c’è da riporre la dovuta attenzione. Si può affermare con prudenza quanto basta che la partita dello sviluppo del primo secolo del terzo millennio vedrà molte volte in campo quei giocatori. Per corroborare queste ultime affermazioni, vale la pena ricordare la definizione di economia che ne danno i suoi cultori moderni: è essa quella scienza che studia il comportamento dell’uomo che cerca di far fronte a esigenze illimitate, potendo contare nel frattempo solo su risorse limitate. È difficile aggiungere altro.

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DOMENICO OCONE

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