FRATELLI D’ ITALIA, SENZA COLTELLI PERÒ

FRATELLI D’ ITALIA, SENZA COLTELLI PERÒ
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UNO SGUARDO DA PONTE

di Domenico Ocone

Lunedì 16 maggio: i magistrati lasciano le toghe nell’ armadio e si astengono dal lavoro. Con espressioni più terra terra, incrociano le braccia, vale a dire scioperano. Non succedeva da oltre dieci anni e il popolo, talvolta di memoria corta, probabilmente aveva pensato che episodi di quel genere non si sarebbero più verificati. Invece no, senza alcuna differenza rispetto ai metalmeccanici o agli autotrasportatori, la casta non accetta il comportamento degli altri poteri dello stato, quello legislativo e quello esecutivo, andando allo scontro diretto, per ora limitato all’interruzione del loro pubblico servizio. Platone, nella Repubblica, afferma che “sarebbe veramente ridicolo se dovesse succedere che gli addetti a occuparsi del corretto comportamento sociale degli italiani dovessero essere a loro volta controllati. Ma tant’è e certamente non si intravede niente di costruttivo in comportamenti di tal fatta. E dire che a scuola, già alle medie, i professori facevano l’etimologia di magister e minister, sottolineando che chi apparteneva alla prima categoria, all’ epoca non casta, per formazione era da considerarsi più degno di fede di chi apparteneva alla seconda, pur rimanendo ciascuno nel suo ambito. Dal periodo di gloria dell’Urbe all’epoca attuale è passata tanta di quell’acqua sotto i ponti da aver dilavato ogni certezza, non solo nella gestione della cosa pubblica, quanto anche nel corretto funzionamento della giustizia. Oggi, nella situazione in cui si trova il Paese, stanno dando ben altra dimostrazione di senso civico classi senza alcuna velleità di ingerenza nella gestione della cosa pubblica. Il riferimento va ai lavoratori della terra e dell’industria che, salvo sporadiche eccezioni, stanno dimostrando senso di responsabilità. Stanno quindi continuando, in questa fase delicata del percorso della Repubblica, a fare come prima, talvolta più di prima, cioè a compiere il loro dovere. Non fa bene alla causa questo genere di comportamento nemmeno agli occhi di chi sta a Bruxelles. La prima riflessione che faranno ai piani alti dei palazzi della EU è se nel Paese, oltre alla Covid, giri anche un altro tipo di infezione, questa volta che colpisce la mente. La classe politica, richiesta dalla Commissione Europea, si è affrettata e affannata a condurre in porto la riforma della giustizia, così come richiesto dal NGEU come conditio sine qua non al fine di rendere finanziabile il PNRR.

Da aggiungere che di ipotesi di intervenire nel mondo dei tribunali ne erano state imbastite diverse anche dai governi precedenti, senza mai arrivare alla cucitura definitiva delle nuove toghe. Vale a dire che tutte le parti interessate dicevano di voler fare, ma nessuna si predisponeva a occuparsi concretamente di quanto fosse necessario. Della serie campa cavallo, che l’erba cresce! Ora non solo Bruxelles, ma anche le altre capitali della EU si trovano di fronte a una situazione che definire paradossale non rende completamente l’idea. Più precisamente, i destinatari principali di quella riforma, gli appartenenti al potere giudiziario, si accorgono che la nuova toga confezionata per ciascuno di loro dal potere legislativo va, a loro dire, stretta e si rifiutano di indossarla. Per giunta senza nemmeno dare al sarto, il potere legislativo, la possibilità di fare gli aggiusti, se dovessero risultare necessari. Sono passati pochi mesi da quando illustri (?) appartenenti a quella categoria sono finiti sotto i riflettori delle cronache per le loro “bravure”. Molto simili a quelle che frequentemente sono messe in atto dai loro colleghi in America Latina e dove altrove della giustizia si abbia un’idea particolare. Per la precisione molto, se non completamente, diversa da quella che si ispira al diritto romano. L’ escalation della volontà del potere giudiziario con malcelato intento di voler sostituirsi a quello legislativo e a quello l’esecutivo nel governo del Paese, oramai comincia a essere datato. Dai fatti del Pio Albergo Trivulzio che prestarono il fianco a personaggi che a giusto titolo possono ancora oggi, almeno quelli ancora in vita, essere definiti appartenenti a una frangia deviata di quella categoria, si sono verificati tanti di quegli eventi più o meno simili. Affermare alla maniera di Cicerone “summus jus, summa injuria!” non appare pertanto fuori luogo. Lo stesso Presidente della Repubblica Scalfaro, che all’ epoca era seduto sulla poltrona di primo cittadino, essendovi arrivato direttamente dalla magistratura, espresse la sua seria preoccupazione per il “tintinnar di manette” che nel Paese era avvertito con sempre maggior frequenza. Giorgio Bocca, in un articolo che a leggerlo sembra essere stato scritto oggi, asserì con termini inequivocabili che il peggiore dei guai che sarebbe potuto capitare all’ Italia sarebbe stata l’incapacità da parte di chi di competenza di porre un argine a quella pericolosa deriva. Per non uscire dal seminato, come si dice in campagna riferendosi al divagare da un argomento ben preciso, il Paese ha bisogno di una cura da cavallo, il cui effetto potrebbe essere inficiato anche dal sopraggiungere di un banale raffreddore. È un momento in cui la compattezza può fare la differenza. Non fosse altro che per accettare lo sprono dell’inno nazionale, Fratelli d’Italia. Nella parte finale il popolo del Bel Paese è invitato a stringersi a coorte per difendersi dal nemico e dalle altre avversità, facendo così fronte comune. Si può saltare a piè pari l’invito al sacrificio estremo, ma non restar sordi al richiamo di chi governa. Tutti e nessuno escluso.

 

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DOMENICO OCONE

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