“PERCHÉ IL PERDER TEMPO A CHI PIÙ SA PIÙ SPIACE”

“PERCHÉ IL PERDER TEMPO A CHI PIÙ SA PIÙ SPIACE”
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UNO SGUARDO DA PONTE

di Domenico Ocone

Talvolta un gesto “spontaneo(?)” dà risultati migliori di quelli programmati, stando attenti a pesare le parole con la bilancia di precisione. Senza rivangare le varie visite concretatesi in maniera a dir poco deludente o annullate all’ ultimo minuto, giovedì scorso si è verificato un fatto nuovo, del quale il mondo non conoscerà mai la vera genesi. Non che la telefonata fatta da un alto grado del Pentagono al suo omologo russo abbia sortito un seppur minimo risultato. Certo è che quella decisione si è presentata come un fulmine a ciel sereno – si fa per dire – quindi come un tentativo di riallacciare il dialogo, bloccato all’ingresso principale, tentando di entrare dall’ ingresso di servizio. Premesso che si sta verificando già da prima dell’invasione dell’Ucraina qualcosa di molto simile alle baruffe chiozzotte, più precisamente un parlare non chiaro generalizzato, quindi cavalcando l’equivoco, finora i due protagonisti si stanno tenendo in contatto occasionalmente solo per interposta persona. Niente di diverso da ciò che hanno fatto per tanto tempo quei contadini vicini di masseria che, avendo litigato, “la mandavano a dire” vicendevolmente, per il tramite di amici comuni. Potenza dell’informazione televisiva, quelli di loro che hanno visto qualche film ambientato oltreoceano, già da tempo hanno cambiato comportamento. Sempre per evitare il ricorso agli avvocati- la loro assistenza costa…- hanno riscoperto l’uso della singolar tenzone, senza cappa e spada, semplicemente dialettica. È così che hanno adattato il confronto all’americana, cioè vis à vis, in una versione rurale: il cosiddetto “facciafrunno”. Ognuno dei contendenti si presenta accompagnato da un gruppo di amici fidati che compongono una specie di giuria. Dopo che i contendenti si saranno scornati senza risparmiarsi, talvolta per futili motivi del genere che il cane dell’uno ha mangiato un pollo dell’altro, i due accettano senza discutere il disposto di quella giuria popolare- nel suo significato più autentico -cosi la seduta è tolta e la vicenda è chiusa. Ritornando al caso di specie, sarebbe probabilmente molto imbarazzante per Putin non accettare di incontrare Zelensky accompagnato da personalità di grande caratura, non escluso Francesco. Dal canto suo lo zar in time out si potrebbe contornare dei suoi interlocutori di provata fedeltà, da XI a Erdogan e compagni (il termine è quello appropriato). Fantapolitica da operetta, è il commento più benevolo che si può fare a quanto appena scritto. Nel passato, anche recente, operazioni congegnate con questi requisiti qualche risultato lo hanno dato. È bene scavalcare a piè pari la Conferenza di Yalta, ironia della sorte in Crimea, perché fu convocata a guerra finita. Se si va con la memoria all’immediato dopoguerra, ai primi anni ’50’, situazioni di ridefinizione di confini e di appartenenza territoriale, furono sistemate con procedure analoghe. Per l’Italia valga un solo esempio, i confini dalmati. Basta andare poco indietro nel tempo per osservare ciò che occorse all’Alsazia e alla Lorena. Per arrivare al Tirolo che ancora oggi, seppure non formalmente, non ha ancora trovato una sua collocazione precisa. Rimanendo con i piedi per terra, vale sempre il vecchio adagio “a mali estremi, rimedi estremi”, non fosse altro che per evitare di avere lo scrupolo di non averle tentate tutte. Sembrerebbe che si sia diffuso, a livello planetario, un’atmosfera da tempo sospeso. In altre parole che si stenti a credere che l’umanità intera è a un passo da una odiosa quanto anacronistica emergenza alimentare. Si sa che la fame e le sue conseguenze hanno dato origine a comportamenti riscontrati solo nel mondo animale, peraltro limitato ai gradini più bassi della scala dell’evoluzione. Solo per rimanere nell’ambito della realtà, anche se di tanti anni fa, la vicenda del Conte Ugolino resta una pietra miliare. La natura ha ritmi condizionabili solo limitatamente dall’ uomo e si ribella senza possibilità di appello a chi cerca di violarli. Il concetto è chiaro fin dall’alba dei tempi. A causa dei mutamenti climatici, parte di essi hanno subito modifiche importanti sì, ma finora non irrimediabilmente stravolgenti. Nel caso specifico, sotto osservazione e motivo del contendere, sono i cereali con in testa il grano. Dalle preparazioni più elementari, pane, focacce, pizze, ai piatti di grand cuisine, senza farina non si mangia, o quantomeno non ci si nutre in modo adeguato e conveniente. Quando si accennava, era questo il peso che si dava alla vicenda, a possibilità di carestie, probabilmente non si prestava la dovuta attenzione al fatto che quel triste evento, anche se in prospettiva, era già in atto da allora. I cereali, per loro natura, hanno una durabilità consistente e non abbisognano di particolari tecnologie per essere stoccati. Basti pensare che, fino alla metà degli anni ’50, ogni masseria che volesse definirsi tale, aveva almeno due fossi: per contenere il grano e la cosiddetta nevera, per conservare la neve da usare in estate per rinfrescare cibi e bevande. Ogni corda tirata troppo finisce per spezzarsi. Così può succedere per le granaglie. Sbattute e risbattute nelle navi, potrebbero subire alterazioni chimiche che le renderebbero inutilizzabili anche per l’alimentazione animale. A questo punto è bene non andare oltre e invitare ancora una volta chi di competenza a essere operativo. Come, saranno loro a decidere, ma non con un atteggiamento simile a quello di chi dialoga sui massimi sistemi. Ricordando che il vecchio adagio contadino: “chi vuole va e chi non vuole manda” e valido ancora oggi.

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Redazione

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