LA RUBRICA SETTIMANALE: L’AVVOCATO NEL CASSETTO LE NOVITA’ DAL PIANETA GIUSTIZIA

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IBAN E PRIVACY

dell’avv. Cinzia Teresa Econimo

Corte di Cassazione con l’ordinanza del 19 febbraio 2021, n. 4475 stabilisce che è illegittimo diffondere il codice Iban di altri e riconosce la possibilità del risarcimento del danno morale, derivante dal «fastidio, preoccupazione, disagio.
Dal 1° luglio 2008 è obbligatorio l’utilizzo dell’IBAN, (International Bank Account Number. cioè un codice alfanumerico il cui fine è quello di identificare in modo univoco e assoluto un conto corrente ed il relativo intestatario. E’ necessario per concludere tutte le operazioni bancarie e online di trasferimento di denaro, non solo verso un Paese estero (area SEPA), ma anche in Italia.
Bisogna dire che il fatto che altre persone conoscano il nostro codice Iban generalmente non implica rischi di alcuna natura, non è infatti possibile effettuare prelievi non autorizzati dal conto corrente né svolgere azioni fraudolente a danno del correntista.
Ma, l’Iban è protetto dalle norme sulla privacy. Difatti, è un dato personale come il nome, il cognome, il numero di telefono, la email et cetera e come tale, pertanto, non può essere divulgato senza il consenso del suo titolare.
A tale conclusione è giunta, di recente, la Suprema Corte di Cassazione la quale, con l’ordinanza del 19 febbraio 2021, n. 4475 si è pronunciata in materia di protezione dei dati personali statuendo l’illegittimità della condotta di una compagnia assicuratrice che aveva trasmesso al proprio assicurato anche le coordinate bancarie del soggetto risarcito. in particolare, aveva fornito al proprio
assicurato una stampa del sistema informativo interno della medesima compagnia in uno all’atto di liquidazione ove figuravano anche le coordinate iban degli stessi attori. A questi ultimi, da tale illegittima diffusione ne sarebbe derivato “fastidio, preoccupazione, disagio”, in quanto l’assicurato, in un secondo momento, le aveva esibite nel corso di un’assemblea condominiale di cui erano parte gli stessi attori.
Orbene, nell’accogliere il ricorso, gli Ermellini hanno asserito che le coordinate bancarie (iban) sono da qualificarsi come un dato personale ex art. 4, lett. b) del D.Lgs. n. 196 del 2003 rientrando in tale nozione “..qualunque informazione relativa a persona fisica, identificata o identificabile, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione, ivi compreso un numero di
identificazione personale..”.
Tra l’altro, nel provvedimento in commento vengono indicate le modalità con le quali i dati personali devono essere trattati:
– l’iban deve essere trattato in modo lecito e secondo correttezza;
– potrà essere raccolto, conservato e utilizzato solo per scopi determinati, espliciti e legittimi e non eccedenti rispetto alle finalità per le quali è raccolto;
– conservati per un periodo di tempo non superiore rispetto a quello necessario agli scopi stessi.
La Corte ha precisato che, l’assicurato avrebbe potuto ricevere una mera comunicazione circa l’avvenuto risarcimento dei danni oppure la quietanza con i dati bancari debitamente oscurati.
RISARCIMENTO DANNI: Con riguardo poi alla richiesta di risarcimento dei danni per la diffusione, essendo esclusa la possibilità di subire un pregiudizio di natura patrimoniale in seguito alla illecita diffusione del codice iban, la Suprema Corte ha sancito che il danno risarcibile può consistere anche in quello morale, derivante dal «fastidio, preoccupazione, disagio.
In conclusione, nella società odierna ove la privacy è messa costantemente a rischio, alla luce del principio enunciato dai Giudici della cassazione, il titolare del dato personale (cioè del codice Iban) potrà rivolgersi all’Autorità giudiziaria, al fine di accertare la responsabilità del soggetto che ha posto in essere la condotta illecita e, di conseguenza, ottenere un provvedimento di condanna risarcitoria.

Rubrica a cura di Catalina Mioara Georgescu

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