IL TACCUINO DEL DIRETTORE SALVATORE SFRECOLA

IL TACCUINO DEL DIRETTORE SALVATORE SFRECOLA
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TANTE RIFLESSIONI, MOLTE CONSTATAZIONI

di Salvatore Sfrecola

Conte eletto Presidente del Movimento 5 Stelle con il 92,8 per cento dei votanti (62.242 voti su 67.064 votanti, su 115.130 aventi diritto). E l’ex Presidente del Consiglio esalta il voto, il suo ruolo ed annuncia un programma, come sempre, rivoluzionario, epocale, come quando da Palazzo Chigi diceva che decreti legge e d.P.C.M. mettevano in campo per l’economia una “potenza di fuoco mai vista”. Infatti, di quei fondi pochi hanno potuto avvalersi.

Trascura che agli elettori è stata consegnata una scheda sulla quale c’era solo il suo nome e che il partito, del quale assume la leadership, nelle elezioni del 2018 aveva ottenuto 10.522.272 con un incremento di 7 punti percentuali rispetto alla precedente consultazione, raggiungendo il 32,6%, divenendo così il partito di maggioranza relativa. Dai sondaggi sulle intenzioni di voto oggi quella cifra e sostanzialmente dimezzata. Il Movimento è allo sbando, anche perché i suoi deputati e senatori sanno che la perdita di consensi deve anche scontare l’effetto della riduzione dei seggi voluta proprio dal Movimento a Palazzo Madama ed a Palazzo Montecitorio. Qualcun ha azzardato che solo un 15-20% degli attuali parlamentari ha qualche speranza di essere rieletto. Sempre che salti il limite dei due mandati!

Hacker all’attacco della Regione Lazio. E va in tilt il sistema di prenotazione delle vaccinazioni. Con grave disagio per gli utenti del servizio sanitario e con generale preoccupazione, aggravata dal fatto che si sente dire di un ultimatum con richiesta di riscatto per restituire i dati trafugati o oscurati. E la stampa rivela che negli ultimi anni è accaduto sovente che imprese private abbiano dovuto sottostare ad un pesante ricatto.

Il fatto, al di là della sua obiettiva gravità, denuncia la fragilità di molti sistemi informatici. Qualcuno ricorderà che molti anni fa un ragazzo americano, se non ricordo male di 12 anni, navigando su internet con il suo computer poté entrare nel server del Pentagono, cioè della sede della difesa militare degli Stati Uniti d’America. L’episodio fu oggetto di commenti vari, tutti in qualche misura incentrati sulla permeabilità di questi sistemi informatici che ormai regolano la vita di tutti i giorni, attraverso la gestione di servizi di interesse comune, dalle stazioni ferroviarie agli aeroporti alla regolazione degli impianti semaforici, per non fare che qualche esempio. Una città, una regione, una intera nazione potrebbero cadere nel caos.

Pericoli che avrebbero dovuto da tempo indurre i responsabili di questi servizi a ricercare forme di gestione alternative.

Non so cosa accade all’estero, ma oggi, come spesso in Italia, si corre ai ripari in ritardo con la creazione di un’agenzia per la “cybersicurezza” per la quale, scrive La Repubblica, “geni anti-hacker cercasi”. E mette soprattutto in risalto che per quei “geni” si prevedono paghe cospicue. Come sempre l’invidia muove i commenti.

Michetti parla della storia di Roma e gli altri candidati sindaco lo beffeggiano. Il candidato del centrodestra dice delle cose importanti, che abbiamo scritto parecchie volte. Roma è la città che non solo riveste il ruolo di capitale d’Italia ma per tutti, ovunque nel mondo, è il simbolo della civiltà occidentale e cristiana. È erede di un grande impero che ha dato al mondo non solo il diritto ma ha anche assicurato le condizioni migliori di vita alle popolazioni, distribuendo l’acqua, necessaria alla vita, elemento fondamentale della civiltà e della economia, attraverso gli acquedotti che ancora oggi si possono ammirare ovunque in Europa e nei paesi rivieraschi del Mediterraneo. E, poi, strade e porti per favorire i commerci. Terme, luoghi di aggregazione, e i teatri.

Queste cose dice Michetti ed i suoi concorrenti lo sfottono. E lui, forse abituato ad altre sedi di confronto, non utilizza quei riferimenti storici per dire ciò che tutti vedono. Che Roma è stata ridotta in una condizione di estremo degrado e che va alla ricerca di legalità e decoro. Tutto a Roma va riformato, a cominciare dall’amministrazione capitolina e dalle società pubbliche a capitale comunale che si sono rivelate incapaci di gestire adeguatamente il traffico, la raccolta dei rifiuti urbani, la tutela e la salvaguardia del verde pubblico che caratterizza Roma da sempre.

Sono questi gli argomenti che interessano i romani di oggi i quali desiderano sapere dai candidati come risolveranno i problemi della Capitale, compreso il suo regime giuridico che da troppo tempo attende di essere equiparato a quelli delle grandi capitali mondiali, da Parigi a Berlino, da Londra a Washington.

Per qualcuno l’esercizio di un diritto è un “volgare ricatto”. Singolare, ma non infrequente in questo Paese nel quale la prepotenza troppe volte ha avuto fortuna, nell’assenza dell’autorità pubblica e anche dell’incapacità di molti di reagire. Accade così che a Marina di Cerveteri i proprietari di un gruppo di villette sia, altresì, proprietario di una piscina, una comunione, la quale è stata chiusa senza alcuna motivazione, in violazione della regola secondo la quale un bene comune non può essere sottratto alla fruizione dei condomini.

Così due condomini hanno adito il giudice chiedendo che fosse dichiarata illegittima la decisione dell’assemblea straordinaria che aveva deciso la chiusura per la stagione in corso. Nessuna motivazione legittima. Probabilmente alcuni preferiscono fare il bagno a mare, altri optano per la doccia, alcuni sono anziani e non interessati. Qualcuno, molto banalmente, non intende spendere.

Convocata una nuova assemblea straordinaria per decidere il da farsi in funzione della mediazione prevista dalla legge a seguito del ricorso, i partecipanti si sono divisi, molti hanno rinnovato l’adesione alla gestione, già manifestata in passato, altri hanno manifestato preoccupazione per i costi della procedura (nomina dell’avvocato difensore del Condominio in sede di mediazione), altri hanno evocato la pandemia per non riaprire l’impianto. Sarebbe stato un motivo legittimo se non fosse stata prevista dal decreto legge n. 52 la riapertura delle piscine, naturalmente con le cautele consuete.

I ricorrenti di fronte alla possibilità di ripristinare l’uso della piscina hanno detto che avrebbero potuto rinunciare al ricorso. È una regola del diritto. Se viene meno il motivo del ricorso al giudice è possibile rinunciare all’azione, è una transazione tra l’altro favorevole a chi voleva la chiusura perché ci sarebbe anche la rinuncia al risarcimento del danno dovuto alla mancata fruizione dell’impianto per buona parte della stagione. È diritto non “volgare ricatto”, espressione della quale dovranno rendere conto in sede penale.

“Dagli azzurri un messaggio d’integrazione”, titola La Repubblica che intervista Giorgio Armani. Il riferimento è al fatto che alcuni degli atleti che hanno gareggiato a Tokio con la maglia azzurra sono “di colore”. Dice lo stilista, sollecitato dall’intervistatore Dario Cresto-Dina: “spero che dallo sport arrivi un messaggio di unità che supera certe barriere, che purtroppo sono ancora molto diffuse nella cultura e nella società italiane. Credo sia giunto il momento di superarle e di accorgerci che anche una persona con la pelle più scura, nata nel nostro territorio, è un italiano. E non dovremmo ricordarcelo soltanto quando si tratta di atleti che ci fanno vincere una bella medaglia”.

Già il Presidente del CONI, Malagò, aveva affrontato il tema, sollecitando l’applicazione dello ius soli. Il tema è delicato, come si intende. La cittadinanza italiana, cioè essere un italiano non è questione che attiene al colore della pelle. Voglio ricordare ad Armani ed a Malagò che l’Italia è stata sempre accogliente fin dai tempi dell’antica Roma, quando la Repubblica e poi l’Impero ammettevano nel territorio chiunque si presentasse ai suoi confini, ma nel rispetto della regola, che ovunque è vigente nel mondo, che l’immigrato rispettasse le leggi di Roma e fosse consapevole della storia e della cultura dell’Urbe. Infatti, una cosa sono i diritti per tutti coloro che vivono sul nostro territorio legittimamente altra cosa è il riconoscimento della cittadinanza che deve conseguire alla acquisizione di una cultura conforme alla tradizione e alla civiltà di questo paese. E non è una consapevolezza che si acquisisce, come ritiene qualcuno, con la partecipazione a un corso di studi. Perché ricordo ancora una volta che, in una scuola media italiana frequentata da ragazze di fede islamica, quando furono ricordate le vittime del Bataclan, cioè di una strage di loro coetanei, le ragazze islamiche non si alzarono in piedi per quel minuto di silenzio che era stato loro richiesto per commemorare quella tragedia.

Ricordo ancora come quel bambino coraggioso che ha salvato i suoi compagni sequestrati sul pullman da un pazzo che voleva sacrificarli tutti, in nome non sappiamo bene di quale ideologia, che ha ricevuto in premio la cittadinanza italiana, si è fatto fotografare con sulle spalle la bandiera egiziana. Nulla di strano. Quel bambino è egiziano, e si identifica giustamente nella sua cultura, nella storia straordinaria dell’Egitto. Per lui, come un ricordato in un articolo su La Verità, il padre della patria non è Vittorio Emanuele II, primo Re d’Italia, ma Ramses II, il faraone. Questo per far capire che la cittadinanza serve a identificare un popolo mentre l’accoglienza e la residenza sono espressioni di una apertura che può e deve sfociare nella cittadinanza quando sia certa l’assimilazione alla cultura propria della persona che ambisce appunto la cittadinanza. Che deve essere un premio.

Questo perché non possiamo perdere il senso della nostra comunità che accogliente lo sarà sempre, come sempre lo è stata, ma non deve annacquare la sua storia, la sua cultura con una indiscriminata acquisizione di soggetti che si sentono giustamente legati al paese di provenienza ed alla sua storia.

“Roma Metropolitane viaggia spedita sul binario morto del fallimento”, titola Il Tempo per sottolineare uno dei problemi della città, oggetto della campagna elettorale. Roma metropolitane quasi pronta ai libri contabili in tribunale con conseguenze devastanti sulla città e sull’amministrazione comunale di Roma. Società che ha come proprietario unico il Campidoglio e che, per conto dell’amministrazione comunale, progetta grandi infrastrutture di mobilità ed è stazione appaltante dei grandi cantieri, come la metro C. Anche la Corte dei conti è intervenuta nelle sue relazioni denunciando l’incertezza della gestione. Il giornale riferisce, inoltre, che il Commissario liquidatore di Roma metropolitane, Andrea Mazzotto, avrebbe affermato in una lettera che “la gravissima situazione finanziaria in cui versa la Società impone di adottare urgentemente ogni misura utile e non più procrastinabile a salvaguardia dell’operatività aziendale”. Amen.

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