DISCORRENDO CON GIULIA QUARANTA PROVENZANO

DISCORRENDO CON GIULIA QUARANTA PROVENZANO
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FILOSOFA, FOTOGRAFA, POETESSA, ROMANZIERA, SAGGISTA, SPEAKER, COLLABORATRICE GIORNALISTA E NEANCHE UN “SOLDO DI CACIO” PER SÉ – SECONDA ED ULTIMA PARTE DELL’INTERVISTA

di Giovambattista Rescigno

 

Ieri abbiamo pubblicato la prima parte dell’intervista alla metà ligure e per l’altra metà calabrese Giulia Quaranta Provenzano https://ilgiornale.artestv.it/2021/02/13/conversando-con-giulia-quaranta-provenzano/. Oggi concludiamo e terminiamo l’intensa conversazione con la poliedrica trentunenne d’Imperia, che nel suo non risparmiarsi mai nel fare esperienze ha persino preso parte ad un corso intensivo per attori nel marzo 2019 e ad un workshop sempre attoriale a luglio 2020. A seguire, appunto, il proseguo dell’intervista.

Giulia, per una poetessa e romanziera quale è Lei forma, spazio, tempo cosa sono?

“Spiegai già a gennaio di quest’anno che forma, spazio e tempo sono ciò al di là del quale con la mia arte fotografica e con i miei scatti per l’album dei ricordi cerco di andare. Sono però anche le coordinate nelle quali l’essere umano non può fare a meno di muoversi, pur quando ri-cerca l’oltre di esse. L’origine, il principio e la fine, il termine ultimo sono già stati indagati nella Filosofia e vezzeggiati per atto di fede dalla religione ma per la sottoscritta, se in quanto filosofa ed aspirante Artista rimangono un punto interrogativo, in quanto critica letteraria e d’arte divengono mezzo per indagare il significato oggettivo che ogni dipinto, ogni foto, ogni scultura, ogni poesia, ogni racconto, ogni romanzo, ogni canzone, ogni parola e ogni gesto celano spesso (del loro attore/autore) a livello inconscio ma che la Spazialità Dinamica sonda fino a verificarne il senso con metodo scientifico, che ringrazio di aver appreso – benché ognuno certo possa interpretare soggettivamente, secondo la propria sensibilità, un elaborato sulla scia dell’emozione che gli suscita. Per quanto concerne la scrittura, comunque, il mio pensiero non si discosta molto dall’affermato per le opere fotografiche e di arte visiva… Non è cioè, a mio parere, possibile essere del tutto estranei ad un contesto emotivo e sentimentale nel quale ci si muove o ci si è mossi e dunque, inevitabilmente, esso diviene in più o meno larga misura altresì spunto per il contesto narrativo e poetico entro cui per un determinato periodo di composizione si abita e nel quale ci si muove, nell’immaginazione. Da qui gli accenti biografici che in non pochi tendono spesso a cercare di rintracciare a tutti i costi negli scritti di autori e poeti pur quando il mescolare elementi di finzione e reali avviene in loro, ed in me, altrettanto sovente inconsciamente”.

Quanto la emoziona la pellicola, la materializzazione su carta fotografica d’un istante particolare ché, in fondo, uno scatto non è altro che un preciso momento?

“Potrei benissimo risponderle con le parole del brano “Grazie a medi M. Rain con il quale sento delle profonde affinità ossia <<(…) Scattami una foto per fermare il tempo/ Per rendere ogni singolo momento lungo un’/ eternità/ (…)>> dacché ogni scatto è un po’ un’ammissione di voler porre in cassaforte quel che è (stato) vissuto quale bene prezioso, da conservare …ma le foto sono anche ragnatele della nostalgia, vischio e persino risucchianti vortici se si assume il trascorso quale asse portante, sole ed ombelico d’un fluire a cui si pone barriera. Detto altrimenti, la materializzazione su carta d’un istante passato è quella carta carbone che potrebbe prestarsi alla malinconia facendo della gioia vissuta veleno qualora non se ne provi più alcuna simile o più forte nell’adesso. È dunque sempre un rischio il tentare di rimanere in equilibrio e cercarlo con la testa rivolta all’indietro…”.

Quanto ha inciso il web sulla lettura di quotidiani cartacei e riviste, e ha abbassato il calo delle vendite dei libri?

“Credo che basti consultare i risultati di statistiche e sondaggi per avere la risposta …Io non ho mai fatto mistero del fatto che non ami i numeri, che incoronano la maggioranza, perché indicano soltanto l’andamento e quanto un certo fenomeno è divenuto quotidiano e si sia diffuso (e perciò sia stato abbracciato) e che eppure non sarà mai rappresentativo d’un gusto e preferenza universale – che non sarebbe dunque rispettoso della libertà del singolo imporre a tutti di dover “venerare” in quanto unica scelta, ovvero quale sola possibilità che ha ragione d’esistere. Quel che tuttavia è evidente è come questa democratizzazione indistinta dell’arte (che tale non è) e velocità di trasmissione per mezzo della tecnologia abbia sdoganato non tanto inutili formalità di facciata, bensì quasi legittimato e superato il veto dello studio e della riflessione quale stop ad un proliferare talvolta soltanto del superficiale e del reality inteso come rappresentazione velocista, usa e getta”.

Lei ama leggere sul web, oppure  preferisce sentire l’odore delle pagine e dell’inchiostro che resta sulle dita?

“Probabilmente molto è questione d’abitudine, quell’abitudine che poi diviene “normalità”, usuale e solito… Per quanto mi riguarda, comunque, è non meno una questione di forma mentis ossia di intrecciarsi della detta abitudine quale azione formatrice dell’ambiente socioculturale e dell’educazione ricevuta con elementi caratteriali e di indole personale secondo cui, essendo un’amante della riflessione e della ricerca, per analizzare e studiare mi siano fondamentali e parecchio utili righello, penna, evidenziatori al fine di un contatto “carnale” e più incisivo con quanto per me è vivo e mai freddo una volta presa diretta confidenza sfogliandone le pagine”.

La fotografia digitale produce le stesse emozioni di quelle sviluppate su pellicola?

La soggettività è quel Pongo, plastico e modellabile, che fa sì che ognuno percepisca e sia sensibile a stimoli interni e/o esterni diversi; differente è quel che emoziona ciascun singolo. E ciò, di nuovo, in base all’innato e pur all’indotto. Stante ciò e non mi stancherò mai di ripeterlo, per la sottoscritta, la forma è già essa stessa parte del messaggio quindi il supporto sul quale si sviluppa un’immagine concorre a determinarla e a determinare il senso e l’impronta della comunicazione”.  

Io la ringrazio per averci dedicato parte del Suo tempo, ma prima di salutarla un’ultima duplice domanda vorrei porgliela: cos’è la vita vista dalla fotografa e scrittrice Giulia Quaranta Provenzano e Giulia cosa voleva e vorrebbe fare da grande?

“Mi avvalgo di quanto dichiarai già nella telefonata che mi fece lo scorso mese e cioè ribadisco semplicemente come la vita dal mio punto di vista non sia altro che pressappoco 2.488.320.00 fotogrammi, uno per ogni attimo che si ha la fortuna di vivere (facendo una “media del pollo”, circa ottant’anni). La vita vista da me è un caleidoscopio in cui le imprevedibili variabili dell’attimo sono luci, colori, immagini, figure che si combinano a seconda di come guardiamo e ci guardiamo allo specchio… E se questa risposta ancora non bastasse, aggiungo che l’esistenza è quel labirinto in cui bisogna stare attenti a non perdersi sotto il peso della perfezione sbandierata, per esempio, su profili social e tv (che tuttavia mi interessano!) quantunque non di rado frutto dell’artefatto. Sono del parere che se c’è una cosa che l’Arte insegna è quanto il prezioso s-t-ia nell’irripetibile e come le mode siano passeggere (per quanto ciclici alcuni particolari poi rivisitati), mentre le emozioni e tutto ciò che è autentico ed imo non fa che amplificarsi mettendo robuste radici nelle superfici più varie. Infine la risposta alla Sua seconda ed ultima domanda è che desidero sentirmi serena – questo vorrei non da grande, ma di grande! – ché, se la felicità è piuttosto un picco di massima intensità rispetto ad un prima e ad un dopo immediatamente attigui, l’assenza di viscerale turbamento è possibile laddove il percorso non è di pena, laddove e se non è con abiti stretti e deformanti”.

 

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